Industry Forecast: guerra e materie prime frenano la ripresa

Sabato, 30 Aprile 2022

La destabilizzazione del quadro internazionale seguita al conflitto russo-ucraino, insieme ai consistenti rincari dei prezzi delle materie prime, potrebbero condizionare negativamente le prospettive di ripresa dell’economia italiana.

L’escalation militare e le tensioni geopolitiche, economiche e commerciali associate al conflitto (sanzioni, incertezza dei traffici, restrizioni al commercio ecc.) stanno già provocando delle significative ricadute sull’attività economica globale, con riflessi estesi anche al nostro sistema produttivo.

Le conseguenze del conflitto in Ucraina si stanno infatti trasmettendo alla nostra economia attraverso una serie di effetti diretti e indiretti. L’impatto delle restrizioni sull’import (grano, olio di semi, cuoio, fertilizzanti) e sull’export (abbigliamento, calzature, arredo casa) dei settori più esposti verso le aree in guerra è accompagnato da problemi di approvvigionamento di alcuni input produttivi (ammoniaca, ghiaia, carta, legno, metalli) e dai rincari delle materie prime amplificati dallo shock sui mercati del gas e dei combustibili fossili.

A generare conseguenze ancora più severe sulla nostra economia potrebbero però essere altri effetti indiretti del conflitto, come il generale clima di incertezza, la forte volatilità dei mercati e il peggioramento del clima di business. Il rallentamento delle principali variabili macroeconomiche potrebbe infatti togliere slancio alla traiettoria di rimbalzo di molti settori fortemente colpiti dalla pandemia, come il turismo, la ristorazione e il sistema moda.

In questo nuovo scenario le prospettive di ripresa evidenziate sul finire del 2021 (Cerved Industry Forecast) risultano quindi parzialmente ridimensionate, nonostante il superamento dello stato d’emergenza Covid e l’impatto positivo del PNRR sulle aspettative degli operatori.

In base alle nuove previsioni di Cerved, nel 2022 il tasso di crescita dei ricavi in termini reali potrebbe decelerare al 3,2% (con un delta negativo di 2,7 punti percentuali rispetto alle stime pre-guerra), per poi attestarsi al 2,2% nel 2023 (-1,2 p.p.), con un recupero dei livelli pre-Covid posticipato soltanto al termine del 2023 (+1,4% rispetto al 2019) e di entità inferiore rispetto alle previsioni pre-guerra (-4 p.p.). In uno scenario più pessimistico, che ipotizza una durata più lunga del conflitto ed effetti strutturali dei rincari sull’inflazione, i margini di ripresa sarebbero ancora più esigui, con una crescita del 2,5% nel 2022 (-3,4 p.p.), dell’1,6% nel 2023 (- 1,8 p.p.) e valori di fatturato nel 2023 analoghi al pre-Covid (+0,2% vs 2019; -5,2 p.p. rispetto alle stime pre-guerra).

Le previsioni settoriali mettono in evidenza andamenti molto eterogenei sul sistema produttivo. In base alle stime, gli effetti della pandemia risultano molto diversificati con alcuni comparti, come le costruzioni (6,4%), l’agricoltura (3,9%), i metalli (1,4%) e i prodotti intermedi (1,3%), che già nel 2021 fanno registrare un rimbalzo positivo e livelli superiori al pre-Covid mentre altri, come i servizi non finanziari (-12,7%), i carburanti (-11,4%) e il sistema moda (-10,4%), continuano ad essere molto penalizzati dalle restrizioni e dal calo di margini dovuto ai rincari delle materie prime.

 

Considerando gli effetti del biennio 2021-23, condizionati dal fisiologico rimbalzo rispetto alle perdite della pandemia e dall’impatto della guerra, i settori che fanno registrare traiettorie di ripresa più consistenti rispetto ai livelli del 2019 sono quello delle costruzioni (+20,2% nello scenario base e 19,3% nello scenario worst), dei metalli (+14,9% nello scenario base e + 14,3% nello scenario worst), dei mezzi di trasporto (+10,7% e +10,3%) e dell’elettrotecnica e informatica (+9,3% + 8,4%), mentre quelli più impattati sono carburanti (-8,8% e -10,2%), i servizi non finanziari (- 4,8% e -5,6%) e il sistema moda (-4,0% e -5,1%). Da registrare anche l’inversione di tendenza del largo consumo che, dopo la sostanziale tenuta rispetto alla pandemia (-0,9%), fa osservare un marcato peggioramento (-1,2% e -2,8%).

A livello disaggregato, i settori che a causa dei nuovi sviluppi congiunturali registrano il maggior ridimensionamento delle aspettative nel biennio 2023/2021 sono per la maggior parte legati al mondo turistico (come trasporti aerei, agenzie di viaggio, gestione aeroporti, alberghi, strutture ricettive-estralberghiere), ancora indebolito dalla drastica riduzione dei flussi esteri, ma anche alla produzione di abbigliamento e calzature più esposta in termini di approvvigionamento di materie prime e al calo dell’export.

Gli effetti dei rincari delle materie prime sulle imprese

Un ulteriore elemento di incertezza è rappresentato dal trend dei prezzi delle materie prime. Nel 2021 i fornitori di materie prime si sono, infatti, trovati impreparati ad affrontare l’incremento inatteso della domanda e ciò ha provocato situazioni di shortage con forti rincari dei prezzi nella seconda metà del 2021 e ancora più intensi nel primo trimestre del 2022, amplificati anche dal conflitto russo-ucraino.

I prezzi più alti delle materie prime, con il conseguente incremento del costo degli acquisti, frenano la dinamica della redditività lorda, soprattutto dei settori più esposti, rallentandone gli effetti della ripresa.

Secondo le stime di Cerved, in uno scenario di mancato riassorbimento dei rincari la redditività lorda in rapporto al fatturato delle imprese italiane potrebbe calare di 1,3 p.p. nel 2022 e di 1,9 p.p. nel 2023 rispetto ai valori previsti prima dello shock materie prime (8,4% nel 2022 e 8,6% nel 2023). Restringendo l’analisi ai settori maggiormente impattati dai rincari gli effetti sarebbero ancora più consistenti, con cali nell’ordine dei 1,7 p.p. nel 2022 e 2,6 p.p. nel 2023.

 

 

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